Strettissimo il pianoro sotto il sole, nel plenilunio si dilata, schiarisce, rivela su un lato profili di balze e pendii, vigne basse, canneti, spalanca un orizzonte di precipizi intuibili, lontani. Sull’altro scricchiola di pomici volatili, farine vulcaniche e morte ossidiane il sentiero, profuma di ginestre lidie e di un’Eubea perduta e ritrovata.

Scendiamo per l’erta, e dolce chiara è la notte, ma c’è brezza di terra che s’impalla fra i costoni, si fa bava, scivola; e s’immagina la luce meridiana, la rarefatta schiera di umane formiche salire con lenta costanza, inerpicarsi attese da contadini di mare e pescatori di scogliera in un villaggio d’orti contro al cielo, portare merci di preziosa inutilità, prendersi vino e tempo nel seicentocinquanta avanti Cristo.

Di giorno la piccola baia disegna la sua falce – curva premuta sul corpo dell’azzurro – e accoglie rare imbarcazioni, i suoi vecchi affezionati e i nuovi curiosi, e li sovrasta di bellezza antica, induce a leggere in silenzio storie di cataclismi, rughe, pieghe, erosioni, colori partoriti dalla terra madre, ma son quei semicerchi di scogli levigati che disegnano piscine e pozzanghere tra la spiaggetta e il mare a raccontare di Sorgeto: e il nome sa di scaturigini, d’acque salse bollenti e fumarole che il fuoco immortale dal suo grembo libera; e i vapori di queste si levano nell’aria di una grotta, mentre quelle ruscellano a riva, si mescolano all’acqua di mare, spettinano alghe termofile, si temperano, avvolgono corpi, rilassano menti, danno un sorriso medico. E le voci s’abbassano, il rito è pagano, inconsapevolmente prossimo al divino.

Qualcuno si spalma di creta il viso e le membra, s’imbeve di sole, si lascia attraversare da splendori che lo hanno preceduto e gli sopravvivranno. I più avveduti coveranno muti la certezza che quel bello eterno, nell’attraversarli, lascerà semi d’immortalità nelle anime loro diventate corpi. Così, ogni giorno, fino al crepuscolo. Scendiamo per l’erta, e la discesa è un tornare a noi stessi, è un liberarsi dall’inessenziale, un denudarsi, mentre il moto impercettibile del mondo ricolloca la luna ad altra latitudine celeste, muta l’angolo e la striscia del riflesso sopra il mare.

Non c’è mai desiderio nella fretta, e noi non abbiamo fretta: solo desiderio. Ad ogni pausa è un brivido che sale, fatto più consapevole. Torniamo al ventre liquido, nel caldo che risale mentre il vento tace e la luna scolpisce l’oscuro cristallo del mare, accarezza le pareti precipiti, le imbianca. Lei attende sulla riva, dea fenicia, e s’avvicina al frangente infinitesimo – è bassa marea. Poi la sua veste rossa cade a terra, e tutto si mescola al tutto, e nulla potrebbe morire, una notte a Sorgeto, nel seicentocinquanta avanti Cristo.

di Furio Durando